1. Come è iniziato il tuo percorso nel karate, e in che modo ha influenzato la tua crescita personale e professionale?

Ho iniziato a praticare karate relativamente tardi, intorno ai 15 anni.
Fino ad allora avevo fatto molto poco sport (danza classica a 6 anni e un po’ di pallavolo nel periodo della scuola media), questo perché da piccola avevo la possibilità di giocare all’aria aperta e quindi ho potuto imparare gli schemi motori di base in maniera molto naturale: saltavo, correvo, mi rotolavo sui prati, mi arrampicavo sugli alberi…
Poi, da più grandicella, scoprii che proprio vicino a casa mia c’era un dojo di karate e decisi di provare perché con mio babbo guardavo sempre i fil di Bruce Lee che mi appassionavano molto (si, lo so che lui non faceva karate, ma all’epoca non conoscevo la differenza).
Non saprei dire di preciso in cosa mi abbia influenzato il karate, perché fa parte di me, è come una seconda pelle.
E’ un po’ come chiedermi: in che modo ti ha influenzato l’atto di respirare?

2. In che modo il tuo essere donna ha influenzato il tuo approccio alla disciplina?

Non ho mai pensato che il fatto di essere donna o uomo possa influenzare l’approccio a un qualsiasi sport, compreso il karate.
Per quello che mi riguarda, l’unica cosa che può avere un’influenza è avere o meno passione per quello che si fa..
Probabilmente sono stata fortunata, ma mai nessuno mi ha fatto sentire inferiore o meno capace per il fatto di essere donna in nessun ambito della mia vita.
Quindi anche l’approccio al karate per me è stato molto naturale.
Certamente, quando ho iniziato l’ambiente era a prevalenza maschile, ma, ripeto, questo non mi ha mai pesato.


3. Cosa preferisci e perché tra kata, kihon, kumite?
Questa è facile. Preferisco di gran lunga il kata perché mi mette a confronto con il mio essere più profondo, con le mie paure e le mie insicurezze che ogni volta devo cercare di superare (e ce la faccio quasi sempre).
Il kumite l’ho fatto per un breve periodo, ma a differenza del kata lo trovo più “freddo”, meno introspettivo e per questo motivo mi coinvolge meno.
Il kihon, ovviamente, fa parte dei miei allenamenti, ma lo considero emplicemente uno strumento per migliorare nel kata.

4. Cosa significa per te essere una guerriera?
Essere una guerriera significa affrontare quotidianamente, senza paura e a testa alta tutte le sfide che la vita ci mette di fronte, dentro e fuori da dojo.

5. Quali sono i 7 consigli daresti alle donne che praticano arti marziali?
Sette consigli? Così tanti? In realtà il consiglio che mi sento di dare è uno solo e lo do sia agli uomini che alle donne: divertitevi!

6. In base a cosa hai scelto il tuo stile di karate?
In realtà io pratico due stili: lo shito ryu e il goju ryu (ultimamente però mi dedico più al secondo che al primo) e li ho scelti in base alla mia conformazione fisica.
Infatti io non ho una buona mobilità sulle caviglie, quindi con lo shotokan (che è lo stile con cui ho iniziato) avevo delle grosse difficoltà a mantenere delle posizioni corrette (specialmente il kibadachi e il kokutsu dachi).

7. Cosa pensi degli altri stili?
Ogni stile ha la sua particolarità e la sua difficoltà e bellezza. Non penso che ce ne sia uno migliore dell’altro o più facile dell’altro.
Alla fine si parla sempre di karate, quindi i principi sono gli stessi.

8. Parlaci delle gare: qual è il momento più bello per te?
Le gare per me sono una droga. Ne farei una ogni settimana, se potessi. La scarica di adrenalina che mi attraversa il corpo mi crea dipendenza.
Il momento per me più emozionante è quello dell’entrata sul tappeto e del saluto, quando devi raccogliere tutte le tue energie e concentrarti al massimo perché di lì a poco dovrai dare il meglio di te.

9. Hai mai praticato altre discipline al di fuori del karate?
Non ho mai praticato altre arti marziali oltre al karate.
Come ho già detto, ho praticato danza classica a 6 anni, ma ho smesso dopo pochi mesi, però ero molto portata.
Poi ho giocato a pallavolo, ma ero bassina e all’epoca non esisteva ancora il libero. Per un periodo ho giocato anche a tennis (parallelamente al karate), ma la lunghezza delle partite
mi sfiniva psicologicamente.

10. Qual è stata la tua sfida più importante da donna marzialista?
La mia sfida più grande è stata far capire a un mio ex ragazzo, che voleva che smettessi di praticare karate, che questa era la mia passione più grande e che mollarla mi avrebbe fatto stare male.
Lui non lo capì.
E allora io mollai lui.


2 risposte a “3 segnali inconfondibili che sei una VERA karateka”

  1. Avatar Mariano Sombra

    Bellissima intervista, Sensei Francesca

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